Desiati mario foto di classe



Desiati mario foto di classe
domenica, 30 novembre 2008

na-moravia-un-secolo.JPGVi propongo un post in collaborazione con il trimestrale Nuovi Argomenti, fondato nel 1953 da Alberto Carocci e Alberto Moravia.
Il numero dell'ultimo trimestre dell'anno scorso (n. 40, quinta serie, ottobre-dicembre 2007, "Moravia un secolo") fu dedicato proprio ad Alberto Moravia in occasione del centenario (ne abbiamo discusso anche su Letteratitudine qui). Tra le altre cose, in quel numero, figura un interessante "questionario". Premetto che il "questionario" è stato uno dei più caratteristici strumenti di indagine di Nuovi Argomenti sin dai suoi inizi. Il suo ideatore e promotore fu proprio Alberto Moravia. Anche per questa ragione, nel numero sopraindicato di NA, al sostantivo "questionario" è stato aggiunto l'aggettivo "moraviano". Nella fattispecie alcuni scrittori contemporanei sono stati invitati a rispondere a otto domande sul tema "letteratura e politica". In particolare: Rossana Campo, Paola Capriolo, Angelo Ferracuti, Giuseppe Genna, Nicola Lagioia, Valerio Magrelli, Dacia Maraini, Melania G. Mazzucco, Valeria Parrella, Antonio Pascale, Claudio Piersanti, Elisabetta Rasy, Roberto Saviano, Antonio Scurati, Walter Siti.

In questo post propongo a voi le prime quattro domande del "questionario"; le altre quattro ve le proporrò in un post successivo.
Vi invito a dare la vostra risposta, poi - tra un paio di giorni - inserirò le risposte fornite dagli scrittori interpellati, infine vi chiederò di individuare - tra le risposte degli scrittori - quella con cui vi sentite più in linea (o che sembra a voi più congeniale) spiegandone le ragioni.
Si tratta, per certi versi, di una sorta di gioco che offre una possibilità di confronto su un tema interessante.
Ne approfitto per ringraziare il poeta Carlo Carabba, nuovo capo redattore del trimestrale, per avermi inviato il "materiale" che troverete in questo post (autorizzandomi a pubblicarlo).

Ed ecco le prime quattro domande...

1. Ha senso oggi parlare di impegno per uno scrittore? Cioè esiste una responsabilità specifica degli scrittori in quanto scrittori?

2. Qual è oggi l’equilibrio possibile fra interessi privati e responsabilità collettiva?

3. Se il governo assume a tecnica politica l’organizzazione culturale, la partecipazione di uno scrittore, il suo impegno, non si riduce a un contributo più o meno significativo alla creazione del consenso?

4. Vi sentite più vicini al pragmatismo pessimista di Sciascia o all’indignazione lirica e visionaria di Pasolini di fronte ai guai della società italiana?

In merito alla prima domanda, “letteratura e impegno”, segnalo che in occasione della visita di Stato del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si sono aperti a Gerusalemme i «Dialoghi italo-israeliani» tra scrittori, critici, letterati e traduttori dei due paesi. Il tema degli incontri (che sono durati tre giorni e si sono conclusi il 27 novembre) è stato - appunto - «Letteratura e impegno». Vi riporto uno stralcio dell’intervento di Giulio Ferroni (nella foto), critico e storico della letteratura italiana (potete leggere il testo per intero sul sito del quotidiano “La Stampa”):
“I rivolgimenti che si sono dati alla fine del XX secolo e gli sconvolgimenti con cui ha avuto inizio il nuovo millennio hanno categoricamente smentito le ipotesi politiche e rivoluzionarie su cui si era a lungo sostenuto l’impegno degli intellettuali: e in molti casi hanno mostrato la natura illusoria e mistificatoria di quell’impegno, le contraddizioni e gli equivoci che lo costituivano. (…)
Insieme al crollo del comunismo sono crollati gran parte dei presupposti di quell’engagement, mentre si è data una vera e propria saturazione della modernità, interpretata in termini incongruamente ottimistici dagli apologeti del postmoderno, ma prolungatasi come frana, deriva, accelerazione indeterminata, incontrollabilità dei processi, rigurgiti di pregiudizi e fondamentalismi, intreccio perverso tra violenza e virtualità. In questo percorso [...] un autentico impegno non può coincidere più con la collaborazione ad un percorso storico, ad una tendenza o ad una linea politica, ma può svolgersi solo come conoscenza e testimonianza, ricerca di verità, lotta contro la saturazione del linguaggio, attenzione a vicende che riguardano luoghi concreti, situazioni specifiche, persone reali, a conflitti che chiedono una conciliazione, un arresto della violenza e dell’orrore. Responsabilità dell’intellettuale sarà allora in primo luogo, come ebbe a suggerire Elias Canetti, «responsabilità per la vita che si distrugge», impegno a dar voce alla resistenza dell’umano e della natura, alle ipotesi di equilibrio e di razionalità che si sono faticosamente costruite nei secoli, alla salvaguardia delle vite e degli spazi dalle oppressioni che le attanagliano e dalle molteplici minacce che gravano sulle esistenze individuali, sullo spazio civile, sull’ambiente sociale e naturale.
In questa chiave, l’impegno della letteratura si trova necessariamente ad essere «a parte»; non può mai risolversi nell’adesione a qualche gruppo precostituito; e tanto meno può porsi dalla parte del presunto cammino della storia, di quelle che i media considerano le tendenze vincenti, gli orizzonti del futuro. Lo scrittore non può condividere in nessun modo la sfrontata aggressività di chi, credendo di aver capito quali siano le tendenze profonde verso cui si muove il mondo, pretende di farsene carico, di cavalcare quel movimento verso il futuro. [...]
All’evanescenza del reale, alla difficoltà di percepirlo, corrisponde peraltro la difficoltà di identificare la verità, di intendersi su quale sia la verità: può essere allora molto rischioso postulare uno stretto collegamento tra impegno della letteratura e ricerca della verità, in un universo in cui tra l’altro sono in conflitto molteplici verità, che spesso si considerano nemiche, tendono a combattersi e reciprocamente ad annullarsi. La letteratura, proprio in virtù del sapere accumulato nel proprio passato, può dar luogo a sempre nuovi confronti con la pluralità e la relatività della verità, conducendo necessariamente ad un’apertura verso più verità date e verso più verità possibili: in una negoziazione tra verità, che non può prescindere da un’ottica critica, da uno sguardo critico agli effetti che ogni verità possono avere sulla vita, al suo possibile contributo alla sua difesa dalle minacce che su di essa incombono. Non la verità come distruzione (era il sogno di tanto nichilismo rivoluzionario che ha ancora accecati adepti), non la ricerca di una trasparenza assoluta rivolta a squarciare i fragili veli su cui si regge l’equilibrio delle società umane, ma una scommessa per una verità plurale che aiuti a resistere alla distruzione, a difendere la vita minacciata degli individui, dei gruppi sociali, dei popoli, dell’intero pianeta. (…)”

E ora... a voi, come sempre, la parola.

Massimo Maugeri

P.s. Segnalo inoltre questo sito su "Nuovi Argomenti" (che è però ancora in fase di costruzione).

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AGGIORNAMENTO DEL 2 DICEMBRE 2008

Tempo fa mi ha scritto Sofia Assirelli, studentessa in Scienze della Comunicazione pubblica, politica e sociale dell'Università di Bologna:

Gentilissimo Massimo Maugeri,
mi chiamo Sofia Assirelli, sono una studentessa della Laurea specialistica in Scienze della Comunicazione pubblica, politica e sociale dell'università di Bologna. Per motivi di studio sto seguendo il progetto della collana editoriale Verdenero - Noir di ecomafia (www.verdenero.it) e delle attuali tendenze letterarie italiane nei confronti della società e dei suoi problemi.
Sarebbe molto interessante conoscere l'opinione dei lettori del suo blog su questa collana e in generale sul rapporto tra problemi sociali e romanzi o racconti di finzione. Pensa che sia possibile proporre una discussione di questo tipo?
La ringrazio per l'attenzione resto in attesa di un suo gentile riscontro.
Sofia Assirelli

A seguito di quella mail ho dato piena disponibilità a Sofia, invitandola a scrivere un “pezzo” che poi avrei utilizzato per avviare una discussione. Siccome questo post mi pare piuttosto “in linea” con la proposta della Assirelli, ho pensato di inserire il suo contributo qui di seguito (vi invito a leggerlo con attenzione):

Se il romanzo possa o meno raccontare la società e le sue ombre più inquietanti è una domanda che ci si pone dal momento in cui, a fatica, il romanzo è riuscito a vincere le diffidenze legate al suo essere/non essere veritiero e ad affermarsi presso un ampio pubblico. Questa riflessione ha poi sempre trascinato con sé alcuni corollari concettuali che riguardano il rapporto tra finzione letteraria e realtà, il ruolo degli scrittori tra intrattenimento e denuncia, il discorso sui generi e le retoriche, sulle loro ibridazioni e convergenze. Scema però intanto sempre di più la diffidenza nei confronti della fiction in generale e aumenta la consapevolezza del suo potere seduttivo, tanto che essa viene sfruttata – e a volte abusata – come grimaldello per catturare l’attenzione delle persone negli ambiti più differenti. Tra questi si può anche considerare la comunicazione sociale che ha iniziato proprio recentemente ad apprezzare e studiare criticamente le implicazioni dell’utilizzo di meccanismi come la fiction teatrale o cinematografica per ottenere nuove possibilità di accesso al pubblico.
Ora anche la fiction letteraria si occupa di comunicazione sociale: di novità e particolare interesse risulta infatti essere il progetto VERDENERO ideato dalla casa editrice “Edizioni Ambiente”, che propone proprio di utilizzare testi di narrativa di finzione di grandi firme italiane (Macchiavelli, Vinci, De Cataldo, Colaprico, Dazieri, Wu Ming …), come parte di un progetto integrato di comunicazione in collaborazione con Legambiente, per sensibilizzare il più ampio numero possibile di persone su un complesso di fenomeni criminali poco conosciuti che rientrano sotto il termine di “Ecomafia”.

Le ragioni dell’interesse di questo progetto sono molte. Innanzitutto la sua origine: “Edizioni Ambiente”, casa editrice specializzata in saggistica di tema ambientale ed ecologico, si è trovata a pubblicare il “Rapporto annuale Ecomafia di Legambiente”, riconoscendolo come uno strumento di conoscenza eccezionale, giacimento di molte storie che però restavano quasi completamente inascoltate e ignorate. Felice intuizione di “Edizioni Ambiente” è stata di provare a fare raccontare da autori molto conosciuti del panorama letterario italiano le stesse storie con i meccanismi tipici della finzione letteraria. Un’altra particolarità riguarda il processo di creazione delle storie, dal rapporto Ecomafia all’invenzione artistica: la casa editrice propone agli autori le storie e li accompagna sia nel processo di definizione dei contenuti (seppur lasciando ampie libertà all’interpretazione dell’autore) sia per quanto riguarda la raccolta delle informazioni (“Edizioni Ambiente” fornisce agli autori reportage, articoli, ricerche, incontri con specialisti). Infine, un altro punto da sottolineare (anche se ovviamente l’interesse della collana non si esaurisce in questi tre punti) è l’integrazione e l’interrelazione dei romanzi con molti altri strumenti comunicativi (identità visiva e grafica forte, sito, blog, manifesti, merchandising, organizzazione di eventi) che rendono la collana sia oggetto di un efficace marketing editoriale sia uno dei motori attivi e propulsivi di un’ampia campagna di marketing sociale.
Questi e molti altri elementi, oltre alle dinamiche virtuose che questo progetto editoriale ha innescato e gli ottimi risultati (in termini di vendite, di attenzione mediatica, di apprezzamento della comunità degli autori e dei lettori ecc.) rendono il progetto VERDENERO un esempio da studiare attentamente in quanto si presenta come occasione per sollevare varie questioni e avanzare proposte operative per il futuro della comunicazione sociale.
Quello che vi chiediamo è:
- Per chi ha letto uno o più titoli della collana, cosa ne pensate del progetto editoriale in generale e dei romanzi nello specifico?
- In che modo e con quali limiti i romanzi possono parlare dei problemi sociali?
- I romanzi possono essere strumenti di comunicazione sociale? Avete qualche esempio da portare?

(Sofia Assirelli)
Ecco... vi sarei grato se poteste provare a rispondere alle domande di Sofia. Inoltre ne approfitto per invitare a partecipare al dibattito il dr. Alberto Ibba, direttore commerciale di “Edizioni Ambiente”. --------------------------------------

Paola Avidgor dell’ufficio stampa di Guanda, invece, mi segnala l’uscita dell'Almanacco Guanda 2008 curato da Ranieri Polese (è già in libreria dal 13 novembre).
L’Almanacco Guanda 2008 (Guanda, euro 22, pagg. 192) si intitola “Il romanzo della politica. La politica del romanzo” ed è perfettamente in linea con questo post. Esso intende esplorare il fenomeno recente di un ritorno dei narratori italiani a temi-personaggi-questioni di politica, a cui risponde, specularmente, un altro ritorno: quello del giornalismo politico d’impianto fortemente romanzesco.
All’interno del volume troverete una riflessione a più voci sul tema proposto, con interventi di Bruno Arpaia, Gianni Biondillo, Marzio Breda, Fulvia Caprara, Alberto Casadei, Roberto Casalini, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Giancarlo De Cataldo, Mario Desiati, Paolo Franchi, Giuseppe Genna, Ranieri Polese, Alberto Rebori, Gaetano Savatteri, Corrado Stajano.
Approfondimenti… qui.

Vi ringrazio per l’attenzione.

Massimo Maugeri


Tags: alberto moravia, Almanacco Guanda, Angelo Ferracuti, Antonio Pascale, Antonio Scurati, carlo carabba, Claudio Piersanti, Dacia Maraini, Elisabetta Rasy, giulio ferroni, Giuseppe Genna, letteratura e politica, Melania G. Mazzucco, Nicola Lagioia, nuovi argomenti, Paola Capriolo, questionario, Roberto Saviano, Rossana Campo, scrittori e politica, Valeria Parrella, Valerio Magrelli, Verdenero, Walter Siti

Scritto domenica, 30 novembre 2008 alle 01:07 nella categoria EVENTI, INTERVENTI E APPROFONDIMENTI. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

Sapevo di giocare un brutto tiro a Paola Calvetti -che non ama molto teorizzare-, tirandola in ballo su simili questioni, ma l'ho fatto di proposito perché sapevo che avremmo ascoltato una voce "diversa". Prima di proseguire, vorrei riportatre qui un mio post al "leggere e scrivere", con relativa risposta del Capo (Di Stefano)

Marcuse e la realtà di un'opera d'arte

Il mondo di un'opera d'arte è "irreale" nel senso comune della parola. E' una realtà fittizia. Ma è "irreale" non perché sia meno, ma perché è più reale oltre che qualitativamente "altro" rispetto alla realtà stabilita. Come mondo fittizio, come illusione esso contiene più verità di quanta ne contenga la realtà quotidiana. Perché quest'ultima è mistificata nelle sue istituzioni e nelle sue relazioni, che rendono la necessità una scelta e l'alienazione un'autorealizzazione. Solo nel "mondo illusorio" le cose appaiono come ciò che sono e ciò che possono essere. In virtù di questa verità […] il mondo è invertito: è la realtà data, il mondo ordinario che ora appare come una realtà bugiarda, falsa, ingannevole. (Marcuse, "L'uomo a una dimensione")

Mi sembra un ragionamento interessante e particolarmente applicabile alla letteratura.

rex ex-ex

Di Stefano Giovedì, 08 Novembre 2007
Bellissima citazione e molto utile: la tendenza d'oggi, in letteratura, è quella di riprodurre esattamente la realtà, ma la realtà non si può riprodurre a parole se non falsandola
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Ci sono cose che solo il romanzo può dire, per dirla con Kundera. Anzi, visto che la rivista è "Nuovi argomenti", mi pare meglio il caso di citare il Moravia de "L'attenzione":

..il romanzo era diventato per me molto più di un genere letterario, addirittura una maniera di intendere la vita. ... il romanzo era il solo luogo in cui l'autenticità non soltanto era possibile ma anche, per così dire, inevitabile...
-------------------------------

Cara Paola, mi piace quando dici: penso che a noi scrittori viene chiesto di regalare emozioni, sensazioni, e perchè no “distrazioni” dal reale o adesioni al reale, mediate dalla parola “libera”.
E ancora: -Ecco, credo che l’impegno di uno scrittore, ovunque impagini le sue storie, sia quello dell’onestà, dello sguardo, dell’antenna perennemente accesa sulla realtà per poi raccontarcela filtrata dalla sensibilità. Sembra banale, ma non è facile. Impegno è questo, a mio avviso, senza tante teorie. Impegno è avere dentro di sè una storia e raccontarla.

D'accordo con te su tutto, tranne una cosa: teorizzare serve, secondo me, a fare il punto della situazione: fra autore e critico ci dev'essere una tensione dialettica continua, che non approderà mai a nulla che abbia una parvenza di concretezza, pure è questo che definisce la "letteratura". La "letteratura" è una creatura mitologica inventata da quelli che teorizzano e scrivono saggi: forse, però, senza questo alato mostro saremmo peggiori.
E graaaaazie per avermi accontentato, come sai sono il tuo fan più scatenato in assoluto.

E grazie a Maugeri per l'ospitalità, di cui ho largamente approfittato. (saluto "special" agli amici del "leggere e scrivere", Granata e Papini Pedroni)

rex

Postato martedì, 2 dicembre 2008 alle 14:40 da rex


La nostra epoca è caratterizzata dall’incompetenza, come il Duecento dal gotico, il Seicento dal barocco e il primo Ottocento dal Biedermeier. Ormai non si tratta più uno stile di lavoro o di vita, ma dello Stile tout court. L’incapacità di impiegati, infermieri, manager, corrisponde alla curvatura
delle ogive, alla rotazione dei capitelli, alla riscoperta dell’intimità post-napoleonica. Per questo, in un mondo come il nostro, far bene la propria professione è già di per sé un atto di eroismo, il massimo esempio possibile di responsabilità collettiva.
Trascrivo qui di seguito la mail di un amico: “Ormai il concetto di competizione ha sostituito quello di competenza.
Competenza era la capacità intellettuale che permetteva al borghese di svolgere la sua funzione progettuale, amministrativa, organizzativa, e giustificava il suo diritto alla proprietà.
Da quando le tecnologie dell’intelligenza hanno reso possibile la standardizzazione di quei processi di progettazione, coordinamento e amministrazione che un tempo erano fusi con la funzione proprietaria, le funzioni intellettuali si sono trasformate in funzioni del lavoro dipendente. La borghesia competente è stata sostituita da un ceto che fa della competizione l’unica competenza”.
È davvero così? Ieri, in un ristorante della capitale, un cameriere è venuto alla nostra tavola chiedendo cosa desideravamo mangiare. Eravamo sei in tutto, ma giunti alla terza ordinazione si è fermato stupito: “Allora”, ha aggiunto sconsolato, “devo andare a prendere carta e penna”. La sua esclamazione, lievemente interrogativa e insieme venata di rimprovero, non mi ha fatto prendere sonno.
Cosa intendeva dire? Era un alieno? Era contrariato dal fatto che tutti e sei, per una inattesa bizzarria, volessimo mangiare? Oppure dava per scontato che avremmo voluto tutti lo stesso piatto? Forse tra sé e sé, aveva sperato che, pur di non turbarlo, avremmo evitato di ordinato alcunché… Ma può, un simile individuo, avere un “sé”? Magari, invece, è vero proprio il contrario: questa tipologia di persone non possiede che un “sé”, ha cioè abolito la possibilità stessa che esista “l’altro da sé”.
(Tacerò sulla figura di un cameriere degli anni passati, il quale – proprio in un bar della stessa strada! – prendeva anche sessanta ordinazioni diverse a memoria: finì in televisione, nell’apoteosi di un celebre quiz.)
Ma nell’insonnia continuavo a domandarmi: che cosa fa di solito un addetto alla ristorazione quando un gruppo di clienti gli espone le proprie scelte? Dirò di più: che cosa deve fare, se non è un mnemonista, oltre al semplice fatto di segnarle su un foglio? Cosa altro, appunto, se non “essere un foglio”, ovvero “farsi foglio”?
(Altro bar. Torino. Agosto. Mezzogiorno. Ricordo la mia vertiginosa richiesta di un te in lattina. La ragazza al bancone me ne dà una calda, tirandola fuori da una cassetta posata a terra. Glielo faccio notare. Interviene il padrone che ne prende un’altra dal frigorifero, commentando gentile: “Deve capirla, è il suo primo giorno di lavoro”. Ho sperato fosse l’ultimo, poi invece ho compreso il pericolo di un suo trasferimento.
Ho brindato, col te, a un suo incardinamento definitivo in quel bar, affinché la sua presenza letale non potesse nuocere ulteriormente alla collettività.)
La verità è che si è rotto qualcosa, forse sul piano generazionale, nei riguardi del concetto stesso di lavoro. Siamo di fronte a un vero e proprio divorzio fra il lavoratore e il consorzio umano cui dovrebbe appartenere.
(Un mese fa, a teatro, chiedo a una maschera se i posti dispari siano a destra. Mi dice di sì. Erano a sinistra. Errare è umano, ma cosa dovrebbe sapere una maschera “oltre” alla distribuzione delle poltrone? Non dovrebbe, appunto, sapere solo e soltanto quello? O è troppo difficile anche afferrare la distinzione fra destra e sinistra? Disturbi del sistema binario.
Ora, se ciò è quanto accade svolgendo le semplici mansioni di una maschera, si comprende facilmente cosa capita, in proporzione, a livello imprenditoriale, politico, amministrativo…
Sono tutti così: “La chiamerò più tardi”. Da anni attendo invano di essere richiamato.)
“Lavorare”, significa sempre e comunque “collaborare”, ossia, letteralmente, “lavorare con” qualcuno, entrando cioè nel quadro di una comunità di intenti, desideri, linguaggi.
Non c’è lavoro, senza questa con-divisione di intenti. Privato di questa funzione, che assicura il legame fra l’attività e il contesto in cui essa si svolge, anche il servigio di uno schiavo risulterebbe inutile. Loro, invece, tolgono il prefisso “con”.
Ora, se questi cripto-ribelli operano in questo modo per mettere in atto una qualsiasi forma di protesta, occorrerebbe avvertirli del misero risultato conseguito: il Sistema li assorbe perfettamente, mentre il loro sabotaggio finisce per colpire le altre vittime, i sudditi, le scorie, rendendogli la vita impossibile.
Ecco: con gente del genere, con comportamenti del genere, ci chiediamo se sia opportuno aprire centrali nucleari in Italia.
Ovviamente sono un accanito fautore dell’energia eolica.

Postato martedì, 2 dicembre 2008 alle 22:14 da VALERIO MAGRELLI


dal sito di Verdenero............
Di che cosa si tratta. Nella formulazione consolidatasi in questi anni, “Ecomafia” coincide con alcuni grandi fenomeni di illecito ambientale diffuso, che Legambiente ha identificato in: ciclo dei rifiuti (smaltimento illegale, traffici internazionali), ciclo del cemento (e quindi anche mafia degli appalti e abusivismo edilizio), racket degli animali (traffici internazionali ma anche combattimenti e corse illegali), archeomafia e furti d’arte. A queste attività corrisponde un tessuto di “clan dell’ecomafia” che rappresenta un campione significativo della criminalità organizzata. Ma oggi il concetto può essere allargato. Ecomafia può essere intesa anche come la criminalità della porta accanto (quella del funzionario corrotto e del “bravo imprenditore”, per esempio); trova terreno favorevole nell’inefficienza della gestione pubblica, in chi vuole “meno stato” per avere le mani libere, o ancora nella generale vocazione all’illegalità spicciola in un paese con regole inefficaci. È la cultura dell’affermazione invadente dell’interesse privato, che erode il concetto stesso di bene comune. E proprio l’ambiente, più d’ogni altra cosa, rappresenta il bene comune. Se poi intendiamo l’ambiente in senso più ampio - cioè come equilibrio tra processi economici, sociali e ambientali per raggiungere la sostenibilità - esso rappresenta sia il bene comune che le regole per garantirne l’esistenza. E in questa chiave l’Ecomafia si estende virtualmente fino a ogni illecito che sottrae risorse a coloro che ne hanno diritto.
Il significato. L’iniziativa possiede, sia nelle intenzioni dell’editore sia in quelle degli autori, un’esplicita valenza di impegno sociale e culturale, finalizzata a dare la massima diffusione a temi oggi sottovalutati, caricandoli di una efficacia emotiva preclusa al linguaggio tecnico burocratico con cui normalmente vengono comunicati. La discussione sul tema, attualmente, resta sostanzialmente confinata nell’area degli ambientalisti in senso stretto, e in quella delle forze dell’ordine in quanto “addetti ai lavori”. Il tema “buca” i media solo in casi socialmente clamorosi o in occasione della presentazione del Rapporto annuale, salvo poi rientrare nel rumore di fondo di una coscienza collettiva intorpidita dalla pratica abituale dell’illecito. L’argomento si presta invece ad essere comunicato in una dimensione più ampia, che può coinvolgere altri soggetti, attraverso forme di divulgazione più estese e diversificate. Per questo riteniamo, anche in presenza di un auspicabile mutamento dell’atteggiamento della politica verso questi temi, di porre in atto un programma integrato di comunicazione per la sensibilizzazione sull’ambiente come risorsa collettiva.

L’occasione editoriale. La possibilità di raccontare, con la libertà e l’immediatezza del linguaggio narrativo, i progetti “ecomafiosi” e i comportamenti sociali che li alimentano, diventa l’occasione per mettere efficacemente in primo piano il significato del patrimonio collettivo e la salvaguardia delle risorse comuni. E diventa l’occasione concreta per lanciare eventi e manifestazioni che diano voce alle componenti sociali più vive, contro l’apatia e contro il silenzio.

Perché VerdeNero? Il nome è collegato ai colori che tingono lo scenario dell’ecomafia: da una parte il verde (la natura, il bene comune per eccellenza) e dall’altra le trame e le connivenze della malavita organizzata, materia da cronaca giudiziaria, e spesso da cronaca nera. Il Verde e il Nero sono i due mondi che nell’ecomafia vengono a contatto. Ma queste “parole-colore” si estendono simbolicamente fino alle esperienze e ai sentimenti del cittadino comune, che nei fenomeni di ecomafia è quotidianamente implicato, anche quando non sembra percepirlo. Il silenzio dell’omertà, l’inquinamento delle coscienze, l’insidia della violenza sono ben rappresentati dal nero, colore dell’ombra. Mentre, dall’altra parte, resta piena e vitale la voglia di dire, di fare, di rompere i silenzi e dare uno spazio nuovo alla vita di relazione. E anche alla speranza, da sempre illuminata dal colore verde.

Postato giovedì, 4 dicembre 2008 alle 10:50 da Maria


Carissimi. Sperando di fare cosa gradita vi posto l'inervista a lucarelli fatta in occasione dell'uscita del suo ultimo libro, edito proprio con Edizioni Ambiente, nella collana VerdeNero di cui abbiamo parlato.

E.A
Lei crede nei romanzi socialmente utili? E crede soprattutto che il noir sia un genere socialmente utile?

C.L.
Sì. Anzi credo che i romanzi siano tutti socialmente utili quando sono scritti bene e con sincerità. Il noir forse lo è particolarmente. Non è l’unico genere a svolgere questo tipo di funzione, però fisiologicamente lo fa, perché ficca il naso nelle cose che non funzionano e raccontandole le denuncia.

E.A.
“Navi a perdere” sembra un testo pensato anche per la televisione. Pensa che in futuro “Blu Notte” seguirà il filone delle ecomafie?

C.L.
Blu Notte in parte già lo ha fatto con la puntata che abbiamo dedicato all’amianto. Vogliamo continuare naturalmente con questo filone e potrebbe anche essere che questo sarà un argomento dei nostri. “Navi a perdere” però non è stato scritto pensando alla televisione. Il fatto è che io scrivo sempre nello stesso modo (ndr. Lucarelli sorride), quindi se mi occupo di narrativa la mia sperimentazione è di un tipo e quando racconto cose vere il mio modo di raccontare è quello. Quindi semmai quando scrivo alla televisione penso ai romanzi.

E.A.
Da 25 a 100 navi scomparse nel corso di poco più di un decennio in un’area, quella del mar Tirreno prospiciente la Calabria, molto ristretta. Le navi dei veleni sono quindi un dramma sociale?

C.L.
Sicuramente sì. Siamo sempre sul piano delle ipotesi. Le navi sono affondate e molti credono che contenessero dei veleni. Questa è la base su cui ragioniamo. E’ sicuro però che sono successe molte cose terribili nel mare. Già solo cento navi che affondano sono un fatto strano e comunque un brutto disastro. Ed è vero che abituati come siamo a pensar male, e molte volte ad aver ragione di farlo, possiamo pensare che nei nostri mari ci sono moltissimi veleni. Bé, questo sì che è un dramma sociale. Quando si comincia ad avvelenare il mare, la terra e l’aria che si respira il problema diventa globale, di tutti.

E.A.
In “Navi a perdere” emerge la figura di Comiero, faccendiere impelagato nello smaltimento dei rifiuti radioattivi. E proprio parlando di rifiuti radioattivi nasce un collegamento con il caso Ilaria Alpi. Un altro mistero insoluto del nostro paese…

C.L.
L’ingegner Comerio in effetti viene visto e sentito in relazione a tutta una serie di episodi che riguardano queste vicende, quindi anche il caso Ilaria Alpi. Più che altro si ritrovano in casa sua tutta una serie di documenti che parlano di questi fatti. Spetta naturalmente alla magistratura arrivare in fondo a queste vicende. Quello che è certo è che ci sono tante assonanze, tante vicinanze che suonano inquietanti.

E. A.
Recentemente Wu Ming 1 ha lanciato un dibattito letterario con la pubblicazione di “New Italian Epic”, un saggio che cerca di individuare un filo conduttore tra diversi scrittori italiani contemporanei. Lei si riconosce in questo filone letterario?

C.L.
Assolutamente sì. Credo di far parte di questa nebulosa, di questo arcipelago di scrittori che cercano di scrivere romanzi di ampio respiro che trattino tematiche che abbiano a che fare con la nostra storia contemporanea e con il nostro presente in maniera “epica”. Mi ci riconosco perfettamente.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 19:59 da Sofia Assirelli


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